Al MAXXI un'antologia del fotografo Paolo Pellegrin

14/11/2018   15:15

Tra le mostre in corso nella Capitale, merita una visita quella intitolata 'Palo Pellegrin, Antologia', inaugurata il 7 novembre presso il MAXXI di Roma, si concluderà il 10 marzo 2019. L'esposizione è frutto di due anni di scelta e selezione dell'immenso archivio del fotografo romano Pellegrin e riguarda il suo lavoro tra il 1998 ed il 2017. Paolo Pellegrin è un cronista armato della migliore arte fotografica con cui si immerge nell'universo tenebroso ed inquietante che pullula di focolai di guerra tra Gaza ed il Medio Oriente. Cattura con un click le atmosfere raccontate dalla cronaca di guerra ma il suo è un linguaggio universale: le immagini. Come Michelangelo considerava che la forma (la statua) fosse già all'interno della pietra ed a lui toccasse solo di riuscire a liberarla, così Pellegrin dice: "la mia fotografia è una lotta continua per riuscire ad estrarre volti e figure del buio, trovare un taglio di luce (.). Il mio intervento è una lotta fisica per estrarre un volto dal nero". Pellegrin è un reporter di guerra che rappresenta scene di desolazione e uccisioni ma non solo perché immortale anche l'uomo, l'emarginato, la solitudine, la disperazione. Lui preferisce il linguaggio forte del bianco e nero che rappresenta la metafora della vita nella dicotomia bene e male, luce tenebre.

In tutto questo l'artista proietta sugli scenari che fotografa un suo limite personale e lo trasforma nell'unicità del proprio sguardo sul mondo: ha seri problemi agli occhi, per cui questa scelta è una sua ricerca, condizionata dalla situazione fisica, è la sua battaglia personale che condivide con tutti noi quella della luce che cerca di combattere le tenebre.
Le sue immagini non sono solo una specifica rappresentazione del contesto nero e desolato tra l'Afghanistan ed il Mosul, la Siria e l'Iraq; lui rappresenta la disperazione del genere umano vittime loro malgrado di guerre e distruzioni. Come testimone sente la responsabilità di testimoniare la disperazione di parte dell'umanità al ospitato di un occidente che vive nel benessere, nell'agio e nell'indifferenza.
Per quanto riguarda invece l'allestimento della mostra presso il prestigioso MAXXI abbiamo rilevato dei punti dolenti. Uno è sembrato la costipazione che soffrono alcune immagini, per esempio quelle di Guantanamo: tutte in un piccolo pannello di immagini affastellate, dove non se ne apprezza la drammaticità,  sembrano tutti francobolli. Una sola immagine o più spazio a distanziarle avrebbe consentito all'occhio di pesarne il singolo significato.

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Attraverso una strettoia -che sacrifica piccoli tesori utili a comprendere il viaggio artistico dell'autore- l'esposizione condurrà i visitatori dal buio alla luce, in uno spazio troppo angusto per poter soffermarsi a valutare gli appunti e lo studio che prelude al lavoro di Pellegrin. Nel collage a parete spiccano quaderni di viaggio, schede, disegni, prove di sequenze, tracciati e anche, lasciando i visitatori sorpresi e colpiti, un quadreno che custodisce scatti privati di star del cinema. In quel contesto sembra un balzo spazio-temporale davvero sconcertante passare da volti sfigurati in smorfie di terrore e dolore, agli scatti rubati alla quotidianità di attori di Hollywood come Di Caprio e -kate Winslet. Il tutto è esposto in modo da soffocare l'opportunità di approccio. Lascia perplessi anche il posizionamento dei grandi ritratti controluce posti sul finestrone da cui filtra tanta luce da disperderne il valore. Si sceglie poi di spezzare un grande pannello con un paesaggio meraviglioso, intenso e drammatico con un mini monitor che quasi lo ferisce spezzando l'equilibrio e la continuità di una immagine struggente e perfetta. È l'Iraq del 2016, a Sud Est del Mosul. Lí Pellegrin ha immortalato un profilo di un panorama in cui un unico desolato albero contrasta il fumo denso delle esplosioni che lo investono e sopravvive alla furia della guerra. La scelta dell'illuminazione che nelle intenzioni si specchia nel filo rosso dell'arte di Pellegrin (buio luce) purtroppo, tradotta in un percorso che ha già una pavimentazione ondulata, sembra davvero troppo buia tanto che spesso si inciampa o si urta contro gli altri visitatori.

Tra le immagini che rimangono impresse una davvero sublime: 'Bambine palestinesi galleggiano nel Mar Morto',West Bank 2009, nella sala della luce, restituisce la tenerezza incontaminata di un momento in cui le piccole sognano chissà cosa. Le bimbe si immergono nel Mar Rosso dove vengono sommerse da colori tenui come solo il mare ed i suoi riflessi possono creare. Un galleggiamento a filo d'acqua che attinge, in contrasto con il contesto di guerra, al mondo infinito dell'immaginario infantile. Due bambine giocano, trovano il loro  prezioso tesoro: un attimo di gioco spensierato una sulla riva e l'altra stesa in acqua, immersa a braccia aperte in un gesto ampio che si fonde con un desiderio di volare via o di essere sul punto di abbracciare il mare liquido che custodisce intatto l'arcobaleno di colori ed emozioni.

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Mariella Verde