Il santuario della SS. Trinità di Vallepietra

06/09/2017   14:00

Meta di pellegrini molto antica, il Santuario della SS. Trinità di Vallepietra attira migliaia di persone che qui si recano ogni anno a rendere omaggio alla sacra icona, il dipinto della Trinità apparso in una piccola grotta a un contadino. Si tratta di un luogo di antico culto popolare e di tradizione orale le cui origini sono incerte ma che è collegato agli insediamenti benedettini di Subiaco, meta soprattutto delle diverse “compagnie” di pellegrini della Ciociaria e della Valle dell’Aniene. All’affresco bizantino, oggi conservato in una teca di vetro e metallo, la leggenda popolare attribuisce il salvataggio miracoloso di due buoi precipitati con tutto l’aratro in un burrone profondo cento metri. Le donne, durante il cammino, solitamente portano fiori, e gli uomini un ramo sulle spalle in segno di penitenza.

Riguardo la nascita del santuario esistono due leggende, una di origine orale, l’altra letteraria. La prima narra che un contadino, mentre arava un terreno in cima al colle della Tagliata, vide precipitare il carro con i buoi in un burrone ma poi, sportosi da un parete rocciosa, guardando in basso, in fondo al precipizio, vide che le bestie non solo erano ancora vive ma si erano addirittura inginocchiate davanti alla sagoma di un oggetto misterioso che era appunto l’icona raffigurante la SS. Trinità, ora divenuta oggetto di devozione. Gli animali erano miracolosamente salvi, mentre l’aratro era rimasto impigliato in una sporgenza della roccia. Il racconto scritto sulle origini del santuario, invece, sarebbe stato trasmesso da un’antica pergamena, poi andata distrutta, della quale ci è pervenuta una copia leggibile su cui è scritto che due pellegrini ravennati residenti a Roma si rifugiarono sul Monte Autore per sfuggire alla persecuzione dei Cristiani messa in atto da Nerone. Qui ricevettero prima la visita degli apostoli Pietro e Giovanni, sbarcati a Francavilla, e infine di un angelo, quando i quattro pellegrini, affamati e assetati, invocarono l’aiuto di Dio e allora il suo emissario celeste portò loro del cibo e face scaturire acqua limpida da una sorgente rocciosa. Il giorno seguente in quel luogo apparve la Trinità, che benedisse il monte.

Studi storici attribuiscono a monaci orientali o eremiti l’origine del luogo di culto, a testimoniarlo è il rituale tramandato e il segno della croce ripetuto tre volte, tipico della Chiesa greca ortodossa. Ma la leggenda popolare è talmente incarnata, che gli abitanti del luogo ribattezzarono il monte di fronte al santuario col nome di “Sion”, per ricordare l’apparizione dell’angelo ai due apostoli e ai due pellegrini ravennati: un nome che il Monte Autore ha conservato fino al secolo scorso. Un’ultima ipotesi accreditata, infine, attribuisce l’origine del santuario della Santissima Trinità a San Domenico di Sora.
Ma qualunque sia la sua origine, il pellegrinaggio al santuario, nel giorno in cui il calendario cattolico festeggia la ricorrenza della Santissima Trinità, è parte integrante del rito. Il pianto delle zitelle è invece una laude del’700. Le donne, vestendosi di bianco, ancora oggi intendono distinguersi dalla statua della Vergine Madre Maria, l’unica donna vestita di nero per la morte di Gesù. Il pianto delle zitelle invita alla conversione.