Congo, la guerra infinita (parte seconda)

26/02/2018   06:30

La prima delle due guerre civili congolesi costrinse Mubutu a lasciare il potere nel 1997. La seconda, l’anno seguente, fu interregionale ed assunse proporzioni tali da essere definita “la guerra mondiale d’Africa”, perché coinvolse gli stati confinanti del Burundi, del Ruanda e dell'Uganda, i quali appoggiarono i ribelli nelle regioni orientali, finite in mano ai signori della guerra. Si trattò di uno dei conflitti più cruenti che abbiano mai straziato l’Africa, dichiarato ufficialmente concluso nel 2002 ma, in realtà, mai finito. La popolazione della parte orientale del Congo, oggi, è ancora vittima dei combattimenti tra le fazioni armate, ma soprasttutto, dei saccheggi e degli omicidi da parte di chiunque sia in possesso di un’arma. La gente è costretta a sopravvivere in una realtà governata dall'orrore e dal caos, dove non esistono più né leggi né diritti. Malgrado dal 1999 nel paese africano sia presente il MONUC - la forza speciale incaricata dall’ONU di proteggere i civili e di avviare il processo di pacificazione – non si riesce ad evitare i massacri. Si calcola che nella sola regione di Kivu, al confine col Ruanda, nel 2009, il 70% della popolazione fosse sfollata. A contendersi il controllo di quest’area erano diversi gruppi armati, alcuni dei quali appoggiati dalle potenze occidentali. Dal 28 agosto 2008, inizio dello scontro tra l’esercito regolare congolese e i ribelli del CNDP (Consiglio Nazionale per la Difesa del Popolo) guidati dal colonnello Nkunda, si sono formati un 1 milione 600 mila nuovi profughi, scappati verso i campi allestiti intorno alla città di Goma, contenenti già un altro milione di sfollati. Un’emorragia mai nemmeno rallentata, nonostante l’arresto di Nkunda, avvenutonel 2009, e l’accordo raggiunto tra le forze congolesi e i ribelli grazie alla mediazione del Rwanda, nel marzo 2010. A fare le spese dell’assoluta mancanza di garanzie e di sicurezza è ancora la popolazione inerme, soprattutto donne e bambini. Secondo il rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, milioni di persone continuano a subire aggressioni da parte di diversi gruppi armati. La violenza sulle donne viene usata come arma per terrorizzare la popolazione dell’Est. Colpisce indistintamente bambine, donne giovani e anziane, allo scopo di trasmettere il virus dell’HIV e mutilare così le comunità. Dal 1998 a oggi, le vittime di stupro hanno superano i 2 milioni. Nell'arco del solo 2017, 15 mila donne sono state violentate. Le violenze riguardano anche bambine di 3 anni. Nel 2008, l’ONU ha inserito lo stupro di guerra tra i crimini contro l’umanità.
I bambini vengono rapiti mentre vanno a scuola o durante le scorrerie di bande armate di saccheggiatori di villaggi. Poi vengono impiegati come soldati nei conflitti a fuoco, torturati e mutilati nei campi di prigionia come prova di forza contro le fazioni nemiche. Il Congo è un paese giovane, dove su 81 milioni di abitanti circa la metà sono bambini. L’Unicef, che insieme ad altre associazioni umanitarie si occupa del ricongiungimento familiare, calcola che dal 1998 al 2008 ci fossero stati 33 mila casi di rapimento accertati. A questi si aggiunge anche un “esercito di bambini di strada”, abbandonati e poveri che, solo nella capitale Kinshasa, sono 15 mila circa, ma si crede che la cifra sia sottostimata. Secondo l’Unicef, almeno 1,3 milioni di persone, fra cui oltre 800.000 bambini, sono sfollati nel 2017 a causa della violenza interetnica e gli scontri fra l’esercito regolare, le milizie e i gruppi armati nelle province di Tanganyika e Kivu Sud, nella Repubblica Democratica del Congo orientale. (continua)

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